Pubblicato da Carlitos lunedì 31 gennaio 2011 alle 07:55
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Il Cerro Torre è una delle più spettacolari cime del Campo de Hielo Sur; è situato in una regione contesa fra Argentina e Cile, a ovest del Cerro Chaltén (o Fitz Roy).
La vetta del Cerro Torre è considerata fra le più inaccessibili del mondo perché, qualunque via si scelga, bisogna affrontare almeno 800 metri di parete granitica, per arrivare ad una cima perennemente ricoperta da un "fungo" di ghiaccio. Inoltre le condizione climatiche e meteorologiche della regione sono particolarmente sfavorevoli.
Negli anni cinquanta vi furono diversi tentativi di salita al Cerro Torre. In particolare, nel1958 due spedizioni italo-argentine tentarono la salita contemporaneamente ed in maniera indipendente tra di loro. Una era guidata da Cesare Maestri, l'altra da Walter Bonatti eCarlo Mauri. Entrambe dovettero rinunciare all'impresa per motivi logistici. Nel 1959, Bonatti e Mauri avevano preventivato un secondo tentativo, ma abbandonarono prima ancora di partire quando seppero che un'altra spedizione italiana, sempre guidata da Maestri, era partita prima di loro
La spedizione di Cesare Maestri comprendeva anche il ghiacciatore austriaco Toni Eggere Cesarino Fava. Maestri ed Egger partirono all'assalto della vetta, mentre Fava rimase al campo per supporto. Dopo una settimana Maestri fu ritrovato in stato confusionale, e raccontò a Cesarino Fava di aver raggiunto la vetta il 31 gennaio insieme ad Egger, che era poi caduto durante la discesa portando con sé la macchina fotografica e quindi le prove del successo.
La vicenda diede vita a numerose polemiche. Molte spedizioni tentarono di ripetere l'itinerario descritto da Maestri, ma senza riuscirvi; i resoconti riportavano da un lato notevoli discrepanze tra le descrizioni di Maestri e le caratteristiche effettivamente riscontrate sulle pareti, dall'altro la mancanza di tracce riscontrate del passaggio della prima spedizione.
Maestri tornò ad affrontare il Cerro Torre nel 1970 insieme ad Ezio Alimonta, Daniele Angeli, Claudio Baldessarri, Carlo Claus e Pietro Vidi. La cordata salì per una nuova via, lungo la parete Sud-Est, portando con sé un martello compressore, con il quale Maestri attrezzò circa 350 m di parete con chiodi ad espansione; Maestri giunse fino al termine della parete rocciosa, ma non salì il fungo di ghiaccio terminale della montagna; più tardi Maestri affermò che il fungo terminale "non fa veramente parte della montagna".Durante la discesa Maestri, in un gesto di sfida, spaccò i chiodi piantati e lasciò appeso il compressore all'ultimo chiodo, cento metri sotto la cima. La via del compressore (detta anche via Maestri o Compressor route) fu ripercorsa nel 1979 dall'americano Jim Bridwellche riscontrò che i chiodi lasciati dalla spedizione del 1970 s'interrompono a 30 metri dalla cima, appunto sotto il fungo terminale.
Nel 2005 Ermanno Salvaterra, uno dei maggiori conoscitori del Torre e il primo a scalarlo d'inverno (nel luglio 1985), fino ad allora sostenitore di Maestri, ripercorse la via del '59 insieme a Rolando Garibotti e riuscì a raggiungere la cima. Non trovò tracce di un precedente passaggio e scoprì che la via segue un tragitto diverso da quello che per anni aveva descritto Maestri.
La prima ascensione indiscussa del Cerro Torre è quella compiuta il 13 gennaio 1974 da una spedizione del gruppo dei Ragni di Lecco; in quell'occasione giunsero in vetta Daniele Chiappa, Mario Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri
Pubblicato da Carlitos sabato 29 gennaio 2011 alle 07:30
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Pubblicato da Carlitos venerdì 28 gennaio 2011 alle 13:27
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Saltando il crepaccio (Photo courtesyWWW.SIMONEMORO.COM)
ISLAMABAD, Pakistan — Preludio alla vetta per Simone Moro e Denis Urubko, impegnati nel tentativo di prima invernale al Gasherbrum II, 8.035 metri, in Karakorum. La coppia di fuoriclasse, insieme a Cory Richards, è salita in questi giorni sulla parete per installare il secondo campo alto. “Siamo stanchi morti ma pronti per la cima” ha detto Moro al rientro al campo base. E ora scatta il conto alla rovescia: la prossima volta, sarà quella decisiva.
“Abbiamo raggiunto e dormito a 6500 metri – racconta Moro -. Abbiamo incontrato grosse difficoltà ad arrivare a quella quota, da campo 1 abbiamo impiegato 2 giorni, con un bivacco a 6250 metri in tenda. La parete è molto verticale e tutta ghiacciata con tante cornici di neve, come si vedeva da sotto. Avevamo solo una corda e ce la siamo dovuta cavare anche mettendo insieme anche spezzoni di vecchie corde. Ma siamo riusciti a salire e abbiamo completato l’ultima fase di acclimatamento prima di tentare la vetta”.
Moro parla di temperature ancor più rigide di quelle avute nella salita precedente: il record sono stati 46 gradi sottozero ieri notte. Ma grazie a quest’ultima fatica, la strada per la cima sembra ormai aperta. “Stiamo benissimo, ormai fuoi dalle difficoltà tecniche – dice l’alpinista. Sopra la neve sembra dura, quello farà la differenza. Noi a 6500 metri abbiamo dormito benissimo e ci sentiamo pronti a tentare la cima la prossima volta. Sul Makalu io e Denis avevamo dormito a 6800… ed il Makalu è quasi 8500 metri mentre qui la vetta è a 8.035″.
Il gruppo è rientrato al campo base stamattina e ora attende solo il “via libera” del meteorologo Karl Gabl per il tentativo di cima. La strategia è già definita.
“Saliremo a campo 1 e campo 2 – spiega Moro -, poi sposteremo la tenda a 7000 metri, campo 3, e il quarto giorno partiremo per la cima. Ora ci aspettano 4 o 5 giorni di riposo. Servirà una finestra di bel tempo lunga? “No – rassicura l’alpinista – basta che facia bello il giorno della vetta. Partiremo anche col brutto tempo. Il problema che abbiamo davvero incontrato sono le difficoltà tecniche per arrivare a campo 3 e le difficoltà muscolari a battere la traccia”. (vedi foto in basso)
Avanti, dunque, l’obiettivo si avvicina.
Nel frattempo, al campo base è atteso il team che proverà la prima invernale al GI. “Tra 5 giorni dovrebbero arrivare anche Alex e Gerfried – racconta Moro -, con il canadese Qebeg, per il loro tentativo al GI. Oggi ho mandato a controllare il materiale che hanno inviato qui 4 mesi fa e c’è molta roba sparita e deperita: li ho già avisati per satellitare, spero che il materiale personale sia intatto, come sembra. Devo considerare che alla fine, rinunciando all’elicottero, non si risparmia e si inquina di più. Un’ora di elicottero brucia molto meno kerosene di 15 giorni di trekking di 250 portatori. In estate è giusto ricorrere ai portatori, ma d’inverno li torturi, per loro è un calvario e per l’ambiente non è assolutamente un vantaggio”.
Pubblicato da Carlitos alle 07:10
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Pubblicato da Carlitos giovedì 27 gennaio 2011 alle 08:10
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GII, dopo una giornata di duro lavoro WWW.SIMONEMORO.COM
ISLAMABAD, Pakistan — “E’ dura quest’anno. Il freddo è davvero bastardo Abbiamo passato due notti orrende in quota, una a -43 gradi e l’altra a -40″. Ecco il racconto di Simone Moro dal Gasherbrum II, nel cuore del Karakorum. L’alpinista è appena rientrato al campo base dopo aver installato e dormito a campo 1, quota 6000 metri, insieme al compagno kazako Denis Urubko.
Pubblicato da Carlitos mercoledì 26 gennaio 2011 alle 07:15
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Pubblicato da Carlitos martedì 25 gennaio 2011 alle 07:10
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Pubblicato da Carlitos lunedì 24 gennaio 2011 alle 07:10
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Pubblicato da Carlitos sabato 22 gennaio 2011 alle 05:10
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LLEIDA, Spagna — Chris Sharma ha liberato “Power inverter” nella strapiombante falesia di Oliana, in Spagna. Si tratta di una via molto difficile, valutata di grado 9a+: un altro straordinario colpo ai limiti del possibile quindi, per il fortissimo climber americano.
“Power inverter”, aperta e liberata il 18 dicembre, è infatti il terzo obiettivo raggiunto da Sharma ad Oliana, un altro 9a+ che segue quelli di “Papichulo” e “Pachamama”. Tre vie tra le più difficili e belle al mondo secondo gli esperti, un curriculum sempre più ricco per il climber americano, ex enfant prodige dell’arrampicata.
Per lo spagnolo Dani Andrada, amico di Sharma, “Power inverter”, è una via grandiosa al di là del grado. “Ho già provato – scrive sul suo blog da cui dà notizia della salita – e potrebbe essere uno dei miei progetti per l’anno prossimo”.
Pubblicato da Carlitos venerdì 21 gennaio 2011 alle 07:10
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Pubblicato da Carlitos giovedì 20 gennaio 2011 alle 08:01
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ANCHORAGE, Alaska — Il McKinley, 6.194 metri, in gennaio e in solitaria. Sfida impossibile? Finora lo è stata. Ma in questo momento c’è un alpinista americano che sta procedendo spedito verso questo ambizioso obiettivo: si tratta di Lonnie Dupre, un esploratore polare del Minnesota con 25 anni di esperienza nella regione artica.
Pubblicato da Carlitos mercoledì 19 gennaio 2011 alle 06:20
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Pubblicato da Carlitos martedì 18 gennaio 2011 alle 07:10
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Pubblicato da Carlitos lunedì 17 gennaio 2011 alle 09:05
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Pubblicato da Carlitos alle 06:23
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AOSTA — “Ci siamo resi conto che in Himalaya anche per tentare i “non 8000”, non bastano le capacità tecniche e l’esperienza acquisita nelle Alpi. E’ un gioco tutto nuovo da imparare, dove contano molto l’esperienza locale e la strategia”. Ecco il commento delle guide alpine valdostane Enrico Bonino e Nicolas Meli, che sono rientrati dalla loro spedizione himalayana con un nulla di fatto. I due volevano aprire una via nuova sul Chakung, 7.036 metri, nella valle del Khumbu, in stile alpino. Ma problemi di quota e forse di logistica hanno impedito loro di raggiungere l’obiettivo: ecco il loro racconto.
Bonino, 29 anni, e Meli, 31, erano partiti dall’Italia il 16 novembre con l’ambizioso obiettivo della via nuova in stile alpino sul Chakung. Prima, però, si sono diretti con una cliente verso il Nireka, vetta di 6.200 metri individuata come salita di acclimatamento.
“Abbiamo deciso di portarci appresso una cliente durante la salita di acclimatamento – dicono i due alpinisti nella loro relazione - chiaramente rivisitata per adeguarla alle capacità della ragazza. Al campo base del Nireka ultimiamo i preparativi, facciamo scuola di ghiaccio, “addobbiamo” il ghiacciaio come un parco giochi perché Marine possa impratichirsi con tutte le manovre di corda, quindi decidiamo di partire per la vetta. Marine dà però segni di debolezza e dopo pochi passi torna indietro. Per Nik e me, però, è estremamente importante portare a termine la salita e continuiamo dopo averla riaccompagnata”.
Dopo la salita, i due alpinisti salgono verso Gokyo, mentre la cliente rientra accompagnata da uno sherpa. La prima ricognizione mostra subito alla cordata che le due linee di salita individuate sulla parete non sono in condizioni ottimali. Così Bonino e Meli, piuttosto che percorrere una via già aperta, cambiano meta e si dirigono al Chumbu, 6.870 metri, che si trova nella valle dietro al Chakung, affrontando un lungo e accidentato avvicinamento tra dune di ghiaccio e sassi, morene, colline erbose.
“Forti delle nostre capacità e delle nostre precedenti esperienze alpine e himalayane – scrivono ancora i due alpinisti -, predisponiamo
questo piano: C1 all’evidente colle alla base dello sperone più ripido, “tanto aspettiamo il Sole che in 3 h max siamo su”. Poi “dormiamo, il giorno dopo saliamo in vetta e scendiamo a C1, e poi si torna a Gokyo a mangiare bistecche e patate. Lo sperone di roccia e ghiaccio fa 1.400m di dislivello circa. Dovremmo farcela”.
I due alpinisti partono leggeri, ma solo arrivare alla crepaccia terminale si rivela “un’impresa massacrante” per la neve profonda e inconsistente. La salita è anche peggio. “Proseguiamo lenti e il terreno si fa sempre più ripido e complesso – scrivono nella relazione -. Entriamo in una zona di seracchi, incontriamo tiri di cui uno a 90 gradi, si sprofonda nella neve. Al bivacco, 6000 metri, siamo demoliti. Stiamo benissimo, niente mal di testa, nessun sintomo di mal di montagna, solo grande stanchezza fisica”.
“Il giorno successivo decidiamo di acclimatarci ulteriormente – scrive Bonino – e di riposarci, e di dare spazio solo ad una piccola ricognizione poco oltre. Attacco il primo tiro dopo la cengia, un diedro di misto delicato che deve condurre in cresta. Faccio 10 metri, poi un po’ confusamente costruisco una sosta e dico a Nik di calarmi. C’è qualcosa che non va. Eppure sto bene, non ho mal di testa, non ho nausea… non capisco cosa stia succedendo. La testa mi gira e la vista è appannata. La vetta mi sembra all’improvviso lontanissima e lo sperone insormontabile”.
“Sono ancora lucido – confessa l’alpinista -, sento che non può essere nulla di grave perché non ne ho i sintomi, ma tutt’a un tratto mi sento davvero sperso nel nulla, lontano da tutto e da tutti. Non è come da noi che basta una telefonata e pochi minuti dopo arriva
l’elicottero. In questi momenti, in questi luoghi più che mai, ognuno deve avere la lucidità di chiedersi se vale la pena rischiare. La cordata qui assume un significato fortissimo di legame tra persone”.
Dopo la rinuncia, i due si sono chiesti come mai fosse andata male. “Cosa c’era di diverso dalle salite che abbiamo effettuato l’anno scorso? – scrivono -. Il trittico di vie realizzato precedentemente era fatto di salite che raggiungono una quota massima di 6.000 metri, con un avvicinamento relativamente breve e tiri di corda con possibilità di riposo tra uno e l’altro. L’obbiettivo di quest’anno era invece una montagna di 7.000 metri che, benché dura, richiedeva lunghi tratti di arrampicata in conserva. Ma in realtà questa è solo una piccola parte di ciò che ci ha sfiniti. Questa era una via dura ma assolutamente alla nostra portata, da un punto di vista tecnico. Il problema e’ stato, a nostro parere, la strategia errata ad averci logorato poco a poco”.
“Se si parte per un obbiettivo così alto ed impegnativo – proseguono -, bisogna ottimizzare le energie durante tutto il periodo di acclimatamento e di spostamento. Non si può pensare di portare un cliente al seguito per fare una salita di acclimatamento che sarà sicuramente un compromesso. Non si può neppure girare mezzo Khumbu alla ricerca di buone condizioni e poi, una volta trovate, partire in totale autonomia per affrontare una salita come quella che avevamo in mente, senza avere almeno un campo base attrezzato dove riposare adeguatamente. Noi al campo base siamo già arrivati stanchi”.
Pubblicato da Carlitos domenica 16 gennaio 2011 alle 17:10
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SANTA CATERINA VALFURVA, Sondrio — E’ pronto a ritornare in Himalaya Marco Confortola. La sua prossima meta sarà il Dhaulagiri che tenterà di salire in primavere insieme allo sherpa Pasang, già suo compagno l’anno scorso al Lhotse. In quell’occasione il tentativo era fallito a causa del freddo sofferto ai piedi, privi di diverse dita. Questa volta l’alpinista valtellinese riproverà con l’ausilio di nuovi scarponi, allo scopo di portare a casa la cima e potersi tatuare sul suo braccio una nuova stella alpina, la settima: una per ogni ottomila conquistato.
E’ la prima volta per Marco Confortola al Dhaulagiri, ma è la seconda spedizione che l’alpinista di Santa Caterina Valfurva organizza dopo quella terribile estate 2008 sul K2, quando scampò la morte per un soffio nella tragedia in cui persero la vita 11 scalatori. Nella primavera 2010 aveva tentato la vetta del Lhotse, senza però riuscirci.
“L’anno scorso non sono andato in cima perché mi facevano male i piedi per il freddo – racconta Confortola -, però quest’anno l’azienda Scarpa sta preparando un nuovo paio di scarponi appositamente per me. Hanno trovato un plantare che ha usato anche Edurne Pasaban allo Shisha Pangma, per via dei congelamenti ai piedi che si era procurata nel 2004 al K2. Con questi plantari l’anno scorso lei è riuscita ad arrivare in cima nonostante il freddo”.
Ai nuovi scarponi insomma, il valtellinese affida le speranze di riuscita della prossima spedizione al Dhaulagiri, con i suoi 8.167 metri, la settima montagna più alta del mondo. Partirà probabilmente a metà aprile, insieme allo sherpa Pasang. Al campo base poi, potrebbe incontrerà anche un’altra spedizione italiana, quello di Mario Merelli e Marco Zaffaroni, anche se la notizia non è ancora stata confermata.
“Ho visto il Dhaulagiri dalla cima dell’Annapurna quando sono salito lungo la parete nord con Gnaro Mondinelli – racconta Confortola -. Ricordo di avergli chiesto che montagna fosse quella grande che vedevo dietro di noi, e lui mi aveva detto, appunto, che era il Dhaulagiri. Allora ho pensato: un giorno ci tornerò. Vado anche perché questa montagna insieme al Broad Peak è stata salita per la prima volta dal mio amico Kurt Diemberger. Lui mi ha portato fortuna al Broad Peak, spero che me la porti anche adesso. Per me sarebbe il settimo ottomila. Spero di aggiungere un’altra stella alpina sul mio braccio destro. Ne ho già tatuate 5, più una più grande che simboleggia il K2″.
Pubblicato da Carlitos venerdì 14 gennaio 2011 alle 09:28
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Pubblicato da Carlitos giovedì 13 gennaio 2011 alle 04:10
1 commenti Etichette: bouldering, Italia
Pubblicato da Carlitos alle 02:10
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