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san Cervino

thanx to Mr.Masset


Il ferro: antidoto contro il mal di montagna

Il ferro è un elemento importante nella dieta e non può essere tralasciato. E’ stato oggetto di numerosi lavori scientifici nel campo della nutrizione applicata all’esercizio fisico, in quanto risulta fondamentale per la formazione dell’emoglobina, quel pigmento rosso dall’architettura proteica piuttosto complessa che è in grado di trasportare l’ossigeno nel sangue. Gli allenatori hanno contato molto in passato sui periodi trascorsi in altitudine dagli atleti di varie discipline sportive per stimolare la liberazione di eritropoietina, ormone prodotto dal rene utile a far aumentare i globuli rossi nel sangue. A tal proposito molti ricercatori si sono chiesti quale sia l’impatto di tale procedura sul metabolismo del ferro.

E’ sufficiente una riduzione del 10% dell’emoglobina per ridurre una performance di resistenza del 20-25%. Nessun organismo animale è in grado di vivere senza il ferro. I globuli rossi rappresentano il 35-50% del sangue circolante nell’organismo: ogni globulo rosso è costituito per il 25-35% da emoglobina ( 2.7 gr di ferro, pari al 54% del totale). Si trova circa 1 gr di ferro nel sistema reticolo-endoteliale (fegato, milza, midollo osseo), dove il ferro è legato a delle proteine particolari: emosiderina, transferrina e ferritina. Il ferro si trova anche nella mioglobina, una proteina che rappresenta l’analogo muscolare dell’emoglobina. L’assorbimento del ferro è molto variabile e si trova in molti alimenti sotto due forme differenti: eminica, legato all’emoglobina nelle carni animali, e non eminica allo stato di sale nei vegetali.

Si riscontra una forte percentuale di carenza di ferro tra la popolazione sportiva, in particolare tra coloro che praticano gli sport che richiedono resistenza. Alcuni maratoneti americani per esempio, a causa dell’intensa attività fisica, sono soggetti ad un grande consumo di ferro con conseguente diminuzione dello stesso elemento nel corpo. Ciò accade in parte a causa delle cattive abitudini alimentari, che condizionano in senso negativo il metabolismo del ferro, e comporta una riduzione della performance degli atleti. Spesso si prendono in considerazione solo l’esame del ferro serico e dell’emoglobina per diagnosticare uno stato di carenza di ferro, invece è opportuno effettuare anche il dosaggio della ferritina serica, che è in grado di valutare in modo accurato lo stato del ferro di riserva nell’organismo umano (un microgrammo di ferritina per litro di sangue è in grado disporre di 8 mg di ferro). Va segnalato che tale proteina può subire incrementi in occasione di infezioni o di infiammazioni e che soltanto il 10% del ferro è biodisponibile in una dieta idonea.

Nel maschio si trovano circa 50 mg/Kg di peso corporeo di ferro, e 35 mg/Kg nella femmina; il contenuto totale si aggira intorno ai 5 gr. E’ buona cosa quantificare il consumo di ferro di un atleta per calcolare la quantità di ferro richiesta dall’organismo. I maschi sedentari consumano di solito 1 mg di ferro al giorno, mentre le femmine 1.5 mg a causa delle perdite mestruali. Il ferro può essere eliminato con il sudore (perdita poco significativa), con l’allenamento, con l’urina (0.1 mg) o dall’intestino (le perdite fecali sono di circa 0.3 mg al giorno). Una donna fertile può perdere con le mestruazioni da 3 a 60 mg di ferro al mese. Nel corso di un allenamento pesante di tre ore al giorno si possono perdere fino a 1.5 mg di ferro, giusto per fare un esempio. Una perdita di ferro si può verificare attraverso l’emolisi dei globuli rossi, ovvero la loro distruzione (“emolisi da colpo del piede”) a causa di un esercizio fisico pesante che comporta una contrazione muscolare intensa; ciò accade in particolare durante una corsa in discesa. I globuli rossi più vecchi, essendo più rigidi, si rompono con maggior facilità: l’emoglobina che si libera viene captata dall’Aptoglobina, una proteina che riporta il ferro al sistema reticolo-endoteliale. La diminuzione dell’Aptoglobina nel siero testimonia la distruzione di una parte dei globuli rossi e rappresenta un importante marcatore di emolisi: quest’ultima sembra avere scarsa importanza nello sci di fondo e nel body-building, mentre si verifica nel nuoto e nel canottaggio.

Il ferro può essere perso negli atleti che si allenano in modo intenso tramite perdite ematiche a livello dell’apparato gastrointestinale, attraverso l’acidosi e la perossidasi delle membrane cellulari dovuta ai radicali liberi: tutto ciò infatti, comporta una perdita di ferro giornaliera pari ad almeno 1 mg. Si può ipotizzare l’assunzione di una quantità di ferro da assumere ogni giorno pari a 36 mg nell’atleta maschio e a 41 mg nell’atleta femmina. E’ opportuno elaborare un programma di allenamento razionale quale misura preventiva nei confronti delle cosiddette anemie da carenza di ferro. Utile per esempio l’integrazione di ferro di 20-25 mg al giorno per sostenere il metabolismo del ferro.

Gli allenatori hanno contato molto in passato sui periodi trascorsi in altitudine dagli atleti di varie discipline sportive per stimolare la liberazione di eritropoietina, ormone prodotto dal rene utile a far aumentare i globuli rossi nel sangue. A tal proposito molti ricercatori si sono chiesti quale sia l’impatto di tale procedura sul metabolismo del ferro. In effetti un soggiorno di varie settimane ad oltre 1800 metri di quota può portare ad un decremento delle riserve di ferro e perciò, dell’emoglobina. In realtà lo stress dovuto alla carenza di ossigeno in quota ed all’allenamento conducono ad una mobilizzazione delle riserve di ferro nell’organismo umano per produrre nuovi globuli rossi e per far fronte agli aumentati fabbisogni delle cellule, in particolar modo le cellule dei muscoli che incrementano il loro contenuto di mioglobina. Se, infatti, le riserve di ferro sono scarse si assisterà ad una caduta dell’emoglobina, che l’aumento cronico dell’adrenalina in quota può aggravare.

La rivista scientifica americana “High Altitude Medicine & Biology” (Volume 12, numero 3, 2011) ha pubblicato un articolo scritto da alcuni ricercatori inglesi e peruviani che hanno dimostrato con uno studio in doppio cieco in un gruppo di 24 soggetti volontari sani residenti sul livello del mare che la somministrazione di ferro per via endovenosa prima di una rapida salita a Cerro de Pasco (4340 metri) in Peru è in grado di proteggere l’organismo umano dal male acuto di montagna. La disponibilità di ferro ha dimostrato di condizionare in senso positivo la risposta dell’organismo alla carenza di ossigeno, facendo diminuire la pressione dell’arteria polmonare causata dall’alta quota nei soggetti che hanno assunto ferro, rispetto al gruppo di controllo, che hanno ricevuto solo soluzione fisiologica in vena. La somministrazione a scopo profilattico di ferro in vena protegge dal male acuto di montagna soggetti volontari sani che sono saliti velocemente in quota; altra osservazione interessante emersa dallo studio è che variazioni della ferritina serica correlano negativamente con i vari gradi di male acuto di montagna in alta quota. Attenzione al ferro in eccesso che sembra favorire le infezioni e che viene eliminato con difficoltà dall’organismo.




Simone Moro apre un’agenzia di trekking e spedizioni

Si chiama Himalaya Travel e organizza viaggi di ogni tipo. Vacanze, trekking, e soprattutto spedizioni alpinistiche. Dopo vent’anni di esplorazioni nei luoghi più remoti del pianeta, Moro ha deciso di diventare un vero e proprio imprenditore, aprendo nel cuore di Bergamo un’agenzia che metta a disposizione di terzi i suoi contatti e le competenze acquisite. “Molte persone mi chiedevano consiglio sui viaggi in Himalaya. Io ho organizzato 43 spedizioni completamente da solo e ho deciso di offrire questa mia esperienza sul mercato aprendo un’agenzia con delle garanzie uniche, dal mio titolo di guida alpina alla partnership con una delle più grosse agenzie nepalesi di trekking” dice l’alpinista.

Simone, come mai hai deciso di aprire un’agenzia?
Dopo aver realizzato 45 spedizioni di cui 43 completamente organizzate da me nei minimi particolari ed in tutti i continenti, ho visto che me la cavo parecchio bene in queste cose. La rete di connessioni e conoscenze che ho costruito in loco è un patrimonio che mi permette di garantire viaggi sicuri e con interlocutori fidati. Inoltre avere un volto noto ed una storia alle spalle può costituire una garanzia. Troppe volte si viene mandati in giro senza sapere con chi si deve parlare, congratulare e lamentare. Ormai è tutto virtuale, anche le fregature.
Organizzi quindi anche spedizioni, non solo trekking?
Sì, certo. E’ un mercato importante. Il più importante pacchetto di questa primavera e forse dell’anno è una spedizione di grosse dimensioni all’Everest. In base alla mia esperienza, vedrei un logico espandersi di queste richieste soprattutto a livello europeo. Contattare noi è esattamente come contattare un agenzia in Nepal, non c’è intermediazione o cambio di prezzo. I miei soci sono gli stessi che hanno l’agenzia in Nepal, non c’è un doppio ricarico come avviene per tutte le altre agenzie nazionali.

Il mercato però sembra attraversare una fase difficile…
Oggi c’è Internet e dunque per le agenzie i tempi sono più duri. Ma internet mette più in difficoltà i viaggi classici piuttosto che quelli personalizzati e originali come trekking e spedizioni. Poi ci sono alcune barriere di lingua di mezzo e spesso il mondo alpinistico non è un mondo così diffusamente poliglotta. Ci sono però realtà nazionali importanti che chiudono, e questo fa riflettere.

Come riuscire ad emergere dunque?
Bisogna essere strutturati bene per evitare costi fissi salati e bisogna forse essere anche ben connessi per crearsi un pacchetto clienti che vogliano te prima ancora del prezzo più basso. Per quello ci sono i viaggi di gruppo con cassa comune che in Italia sono gestiti da alcuni operatori, ma io sinceramente non partirei mai per un viaggio avventuroso, trekking o altro, senza sapere chi viene con me e chi mi accompagna. Vorrei a questo punto fare una precisazione, forse una delle più importanti e mai menzionate. Nessuno ha mai pensato che per reperire sul territorio nazionale, ossia regolato dal UIAGM, dei clienti da accompagnare o far accompagnare in montagna ove è necessario l’uso di tecniche e materiale alpinistico bisognerebbe essere una Guida Alpina? Se un mio cliente si fa male in Nepal (paese non Uiagm) ma ha siglato il contratto di accompagnamento con me, in Italia (paese regolato da Uiagm), lui può pretendere che colui con cui ha siglato il contratto sia Guida Alpina. Basta interpellare un avvocato e le cose mai dette e sottaciute probabilmente verrebbero fuori nei loro vincoli giuridici. Io sono Guida e dunque so anche di esercitare una prestazione con il 100% del rispetto delle regole.

In Italia com’è la concorrenza?
Ci sono altri amici e colleghi (non Guide ma che a richiesta le utilizzano) come quelli del Nodo Infinito o Focus ma non li vedo come concorrenti, sono amici da anni e dunque conosco la loro serietà. Sono coloro che il mercato lo hanno creato e consolidato dunque sono colleghi più che concorenti . Poi ci sono altre associazioni di Guide che esercitano questo servizio parallelamente a quello di Guida. Insomma tante realtà. Io mi sono strutturato con una partnership nepalese, con uffici, impiegate, una storia lunga alle spalle, licenze d’esercizio, di emissione di biglietteria aerea, di supporto in loco anche con apparati di telefonia satellitare ed internet. Inoltre i viaggi che propongo sono n alcuni casi accompagnati da me personalmente. A livello internazionale ci sono gruppi americani, francesi, tedeschi, spagnoli, britannici. In Internet si trovano ma si parla tramite email e si va per sentito dire, questo non significa che non sono bravi, anzi ne conosco di ottimi, ma tutto nasce virtualmente.

Come orientarsi su internet se sei uno che non conosce nessuno?
Io consiglio sempre di guardare alla storia e all’affidabilità di una persona che deve avere nome e cognome. Andare dalla società x – che magari sta fallendo e prende i tuoi soldi per poi darti un servizio pessimo -, non lo raccomanderei. Il 90% si rivolge alle realtà che si sono affermate con la loro storia ed il lavoro. I colleghi che sono da anni sul mercato e hanno preso tanti clienti con il passaparola. Io spero che 20 anni di spedizioni completamente autoorganizzate e autofinanziate, il titolo di Guida Alpina, due soci nepalesi ed un impiegata che lavora da 25 ani in agenzie viaggi, costituisca una garanzia granitica per me.

Ti sei sempre organizzato le spedizioni da solo perché ti sei trovato male con le agenzie?
La risposta è che non basta essere una bravo capo spedizione o un esperto di logistica per fregiarsi di credibilità massima anche sulla montagna. Io ho sempre cercato e mai trovato uno che sapesse essere sulla cima e al campo base di una montagna con uguale efficienza, forza e carisma. Per questo ho intrapreso la strada di imparare e fare tutto da solo. Ora posso dire come ci si comporta e cosa si deve fare a 8000, al campo base, so gestire un soccorso in elicottero, sono addirittura il pilota, la Guida Alpina. Dunque anche se può apparire immodesto e arrogante, ho messo insieme tutte delle esperienze e le abilità che mi rendono completamente autosufficiente.

C’è differenza tra un’agenzia che organizza solo trekking e una che organizza spedizioni?
Sostanzialmente no, in termini puramente lavorativi. Ma per organizzare una spedizione bisogna capire di cosa si parla e come si vive in alta quota, quali sono le priorità. Un trekking è un escursione dove al massimo ti puoi rompere una gamba. In spedizione vai in posti dove non esiste neppure la possibilità di soccorso, bisogna essere chiari anche con i termini assicurativi, che è un capitolo spesso occultato o evitato dalle agenzie.

Quanto costa in media una spedizione alpinistica in Himalaya?
Una spedizione costa mediamente 8000 euro a persona su un 8000. Eccetto K2 e Everest. Sono costi senza molti costi accessori, telefono satellitare, guida, ossigeno sherpa ecc. Alcuni pensano di spendere meno, ma poi si accorgono che aggiungendo il biglietto aereo internazionale, il cargo, materiale alpinistico specifico, pannelli, generatore ecc, alla fine i costi partono dalla quella cifra. Per quanto riguarda l’Everest da Sud si deve moltiplicare quel costo per tre volte per avere la cifra base minima, sempre senza considerare i costi accessori e di eventuale accompagnamento. L’Everest da nord invece costa il 30% in meno che da sud. Ma sono cifre spannometriche.

È stato difficile aprire un’agenzia come la tua Himalaya Travel?
Sì molto. E unica nel suo team in Italia. Tutte le altre sono italiane che usano altre agenzie nepalesi o sparse per il mondo, ossia sono una sorta di intermediari. In alternativa ce ne sono due in Nepal gestite da italiani che vivono là, ma la mia è l’unica ad avere un referente italiano e nepalese, nello stesso momento, nello stesso ufficio in Italia. Aprire un’agenzia di viaggi con un extracomunitario come sono i nepalesi Beni e Nima ha comportato una serie infinita di carte. Abbiamo dovuto contattare il ministero degli esteri dei due paesi, vedere i diritti di reciprocità, sottostare alle leggi di apertura di un’agenzia di viaggi (complicatissimi e restrittivi), ottenere le licenze di esercizio, ispezione dei locali, omologazioni e approvazioni varie, camere di commercio, notai, licenze per il rilascio di biglietteria aerea internazionale, ed ora abbiamo il problema dei visti di lavoro per i due referenziatissimi nepalesi che ancora non ci sono stati rilasciati dal consolato Italiano in India. La sfiga e l’idiozia tutta italiana è che non abbiamo né ambasciata né consolato vero (solo uno onorario) in Nepal. In quel paese però abbiamo il laboratorio scientifico più alto e prestigioso del mondo e migliaia di italiani ogni anno. Chiudere l’ambasciata nepalese che avevamo è stata la più grande dimostrazione di follia diplomatica. Loro hanno già versato i rispettivi capitali, stanno vivendo in Italia, pagando le tasse come agenzie, sostenendo costi. Ci riempiamo l’Italia di delinquenti che scorazzano senza nessun permesso e facciamo i preziosi con due persone che gestiscono in Nepal un progetto del nostro ministero delle ricerche. Vergognoso. Ma come per le invernali e le scalate che ho fatto, otterrò anche questa volta ciò che voglio e ci spetta.

David Lama Cerro Torre Trailer


give thanx Enry

Nanga Parbat Winter Expedition - Dispatch 4-5


Deep North: A Trip to the Arrigetch Peaks


invernale al K2, i russi a 7000

ISLAMABAD, Pakistan — Ha superato quota 7000 metri la spedizione russa che sta tentando in questi giorni di compiere la storica impresa della prima salita invernale del K2. Lo squadrone composto da circa 16 alpinisti procede diviso per gruppi: a metà della settimana scorsa Andrew Mariev e Alex Bolotov hanno attrezzato con le corde fisse la parete sopra campo 2. Nel frattempo un altro team guidato da Nickolay Totmjanin è salito con l’intento di installare campo 3.

Iljas Tukhvatullin, Andrew Mariev e Vadim Popovich la settimana scorsa hanno iniziato a lavorare sulla via il 25 gennaio, raggiunti il giorno dopo da Alex Bolotov e Eugeny Vinogradsky. Secondo quanto riferisce il sito della spedizione russa, hanno portato i materiali necessari alla salita oltre campo 2, dove hanno fatto un campo deposito. Mariev e Bolotov sabato hanno fissato diverse corde fisse sopra il campo 2, al momento in totale 17, programmando per domenica di salire a 7000 metri e cercare il posto adatto alle tende di campo 3.

Per aiutarli il 28 gennaio Nickolay Totmjanin, Valery Shamalo e Vitaly Gorelik sono partiti dal campo base. I tre il giorno dopo erano a campo 2 quindi è probabile che ieri fossero insieme ai compagni di spedizione a campo 3. Ci sono ancora oltre 1600 metri di dislivello tra i russi e la vetta della seconda montagna più elevata del mondo, alta 8611 metri. I prossimi giorni saranno quelli decisivi, ma come sempre molto dipenderà dalla meteorologia e dai famigerati venti di Jet stream.

In attesa del tentativo di vetta gli alpinisti hanno fatto sventolare lo striscione dei XXII Giochi olimpici invernali che si terranno nella città russa di Sochi dal 7 al 23 febbraio 2014. Le Olimpiadi sono infatti molto attese in Russia, dove si conta un unico precedente, quello dei Giochi Olimpici estivi del 1980 di Mosca
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David Lama libera la Via del Compressore al Cerro Torre

EL CHALTEN, Argentina — Il climber austriaco David Lama ha compiuto la prima salita in libera della Via del Compressore, al Cerro Torre. La notizia, ancora da confermare e apparsa sul sito Supertopo.com, è senza dubbio di portata straordinaria, obiettivo tentato e agognato da molti, nonché dallo stesso Lama. Tuttavia si innesta su un altro fatto di grande importanza per l’alpinismo patagonico: circa una settimana fa infatti, lo statunitense Hayden Kennedy e il canadese Jason Kruk hanno salito la stessa parete “by fair means” e scendendo hanno rotto alcuni chiodi a pressione della famosa via aperta nel 1970 da Cesare Maestri.

Lama avrebbe salito la Via del Compressore ieri 22 gennaio. Al momento in rete circolano poche informazioni, ma se tutto fosse confermato si tratterebbe senza dubbio di un grande successo per il giovane 22enne austriaco, un risultato arrivato dopo due tentativi andati male: non solo perché falliti, ma perché “incriminati” (in particolare il primo), per via di una serie di nuovi spit lasciati in parete per permettere alla troupe Red Bull di girare un film.

Nelle prossime ore verranno pubblicati certamente racconti e foto dell’impresa, intanto però non si può non collegare questa notizia a quella di una settimana fa che ha visto come protagonisti lo statunitense Hayden Kennedy e il canadese Jason Kruk. I due alpinisti infatti, il 17 gennaio avevano salito la parete sud est del Cerro Torre “by fair means” e scendendo avevano rotto alcuni chiodi a pressione della famosa Via del Compressore. La via è già di per sé molto discussa, ma ora agli storici argomenti si sommano altri motivi, di più fresco ragionamento.

Secondo quanto riferiva l’alpinista Rolando Garibotti sul sito SuperTopo, Kennedy e Kruk il 17 gennaio avrebbero compiuto una salita veloce, impiegando 13 ore dal Col della Pazienza fino alla vetta. Per salire è probabile che abbiano utilizzato 4 spit della variante aperta da Salvaterra e Mabboni nel 1999 e 1 della variante di Chris Geisler e di Kruk dell’anno scorso, oltre ad alcune soste della stessa via di Maestri. In sostanza, passando da alcune varianti, sarebbero riusciti ad evitare i chiodi a pressione della via e pertanto si parlerebbe di una salita “by fair means”.

Infine scendendo avrebbero schiodato buona parte della Via del Compressore. Proprio su questa operazione si concentrano al momento molti dubbi da parte della comunità alpinistica, che si chiede se gli alpinisti di oggi abbiamo o meno il diritto di compiere operazioni del genere su celebri vie che hanno fatto la storia dell’alpinismo.


Nanga Parbat Winter Expedition - Dispatch 1-2-3


ciao Mario!!

E’ lutto nel mondo dell’alpinismo. Questa mattina intorno alle 8 è morto Mario Merelli. Il famoso alpinista di Lizzola è caduto questa mattina mentre scalava il canale centrale di Scais nelle Orobie bergamasche. Secondo le primissime informazioni, pare che una scarica di sassi si sia staccata dalla montagna colpendolo in pieno.
L’incidente sarebbe accaduto alle 8 di questa mattina, ma le informazioni sono ancora scarse. Quello che è certo purtroppo è che il noto alpinista di Lizzola, himalaysta, con all’attivo 10 dei 14 8000 è morto precipitando dal canale Scais.
Merelli era nato a Vertova, aveva 49 anni e abitava a Lizzola. Pare che al momento dell’incidente fosse con lui Paolo Valoti, ex presidente del Cai di Bergamo con cui negli ultimi giorni del 2011 aveva effettuato concatenamento del Pizzo Recastello e del Pizzo Coca in 19 ore.
I soccorsi, a cui ha partecipato anche il fratello dell’alpinista, si sono ormai conclusi ma nuovi aggiornamenti seguiranno più avanti su volontà della famiglia, che ha chiesto per il momento di non diramare nuove notizie sull’accaduto.


cosa fare e cosa non fare in caso di ipotermia e congelamenti

Prendendo spunto dal recente incidente accaduto sotto la vetta della punta Walker delle Grandes Jorasses, che ha portato alla morte per sfinimento e assideramento di due alpinisti francesi – una guida di alta montagna con la sua cliente – voglio fare alcune considerazioni circa l’ipotermia ed i congelamenti in montagna. Si tratta di problematiche mediche molto attuali visto il sopraggiunto inverno, che ogni anno causano la morte di alpinisti, sci-alpinisti ed escursionisti.
A proposito di questo tipo di patologie legate al freddo vale molto il discorso della prevenzione, che può salvare molte vite umane, evitando conseguenze talvolta molto gravi per il corpo umano.
Il sottovalutare, infatti, la severità dell’ambiente in cui si decide di svolgere attività di tipo alpinistico o sci-alpinistico o il non pensare ad un abbigliamento idoneo può provocare danni irreparabili. Alcuni concetti fondamentali riguardanti le patologie legate al freddo sono state illustrate lo scorso 4 ottobre dal Prof. Hermann Brugger, in un suo interessante intervento a “Bergamo Scienza 2011” presso il Palamonti , cui pure faccio riferimento.
Per ipotermia si intende un abbassamento della temperatura centrale del corpo umano al di sotto dei 35°C. Casi di ipotermia sono segnalati in etilisti, in persone anziane e nei frequentatori della montagna per lo più d’inverno, ma non solo(vento, immersione, valanga, crepaccio).
Esiste una classificazione dell’ipotermia, messa a punto dalla Società Svizzera di Medicina di Montagna, che comprende un’ipotermia lieve (35-32°C), moderata (32-28°C) e grave (<28°C). Il grado di ipotermia prevede tutta una serie di sintomi che si aggravano con la progressiva diminuzione della temperatura centrale corporea fino all’arresto cardiocircolatorio ed alla morte.
Fattori aggravanti l’ipotermia sono i traumi, lo sfinimento, la disidratazione, l’uso di droghe e di alcool e l’età avanzata. Giusto per dare un esempio, circa l’epidemiologia dell’ipotermia nel Regno Unito si registra una media di trecento decessi all’anno causati dall’ipotermia stessa, dei quali il 66% traumatizzati. Nella valutazione clinica del paziente ipotermico va per prima cosa rilevata la temperatura centrale corporea misurata per via epitimpanica, esofagea (paziente incosciente) o rettale.
Nei casi di ipotermia lieve si osservano brividi, pelle fredda e pallida, aumento della frequenza cardiaca ed aumento della diuresi. Nell’ipotermia di tipo moderato sopraggiungono perdita della memoria, svenimento, difficoltà nel parlare, riduzione dei brividi, riduzione della frequenza cardiaca, aritmie e rigidità delle articolazioni. Tipica la comparsa sul tracciato elettrocardiografico delle cosiddette onde di Osborne. Nell’ipotermia grave il paziente perde conoscenza, ha difficoltà nella respirazione con possibilità di arresto respiratorio; si verifica ipotensione fino all’arresto cardiorespiratorio, con cute fredda e edematosa e pupille midriatiche e perdita dei riflessi.
Per quanto riguarda i provvedimenti terapeutici occorre prevenire in modo assoluto le perdite di calore, isolando il più possibile il paziente e togliendo i vestiti bagnati. Si può ricorrere ad un riscaldamento di tipo passivo(coperte o telini in metallo) ,oppure di tipo attivo, utilizzando dei presidi in grado di riscaldare il corpo in modo artificiale.
Vanno evitati i movimenti eccessivi; può venire somministrato l’ossigeno. Nel paziente cosciente si possono somministrare liquidi caldi. Se il paziente è invece ,incosciente si deve somministrare ossigeno e intubare. Vanno monitorati il polso, l’e.c.g. , tenendo sotto controllo i segni di vita. E’ fondamentale non muovere il corpo, per evitare che il sangue più caldo che si trova al centro del corpo si mescoli con quello più freddo alla periferia (fenomeno dell’“after drop”) provochi la fibrillazione ventricolare e l’arresto cardiaco.
Molto utile la determinazione del potassio serico ai fini della prognosi. Nei casi gravi i pazienti vanno trasportati in modo rapido presso centri ospedalieri dotati di apparecchiature per la circolazione extra-corporea in grado di riscaldare in modo artificiale il corpo. Da poco è stato messo a punto dal Prof. Beat Walpoth, cardiochirurgo a Ginevra in Svizzera, un registro internazionale che raccoglie tutti i casi di ipotermia(WWW.HYPOTEHERMIA-REGISTRY.ORG), che costituisce una grande sfida per il futuro, con l’intento di raccogliere il maggior numero possibile di dati.
Fondamentale quindi la prevenzione, utilizzando indumenti adeguati che siano idonei ad isolare il corpo dal freddo e tenendo conto di tutti quei fattori che possono far diminuire la temperatura corporea.
Altra importante patologia causata dall’esposizione al freddo è rappresentata dai congelamenti. L’evitare i congelamenti dovrebbe essere un’importante preoccupazione per coloro che frequentano la montagna d’inverno. In caso di temperature vicine o inferiori a 0°C è opportuno vestirsi in modo idoneo con indumenti che mantengano il corpo al caldo, proteggendosi dal vento, bevendo e mangiando correttamente.
L’ipotermia sopraggiunge in genere prima dei congelamenti, lesioni che colpiscono per lo più mani , piedi, naso ed orecchie. Il freddo causa la formazione di cristalli di ghiaccio a livello dei vari tessuti dell’organismo umano che causano danni cellulari. Inoltre anche la circolazione sanguigna subisce un rallentamento. La parete dei vasi sanguigni viene danneggiata con la formazione di trombi (piccoli coaguli ematici) e di una conseguente reazione infiammatoria. I congelamenti vengono classificati in superficiali(1° e 2° grado) e profondi (3° e 4° grado) a seconda che danneggino la pelle,piuttosto che le parti più profonde (muscoli, tendini, nervi, ossa e di 1°, 2, 3° e 4° grado a seconda della gravità del danno prodotto.
La comparsa di dolore durante la fase di riscaldamento rappresenta un segno piuttosto favorevole che depone per un congelamento di tipo superficiale, che non ha causato una lesione dei nervi sottocutanei . Il riscaldamento va effettuato soltanto nel caso si sia sicuri che la parte congelata non si raffreddi più . I tessuti vanno protetti da qualsiasi aggressione di tipo meccanico; non è consigliato camminare qualora i piedi siano congelati.
Il rischio maggiore per i congelamenti è costituito dalle infezioni. Il congelamento va trattato come una piaga con bende sterili, antibioticoterapia,visita medica specialistica presso centri di riferimento. E’ fondamentale saper riconoscere un congelamento in base alla colorazione biancastra della pelle,alla perdita di sensibilità ed al dolore della parte del corpo congelata. Utile la somministrazione di liquidi per migliorare la circolazione. Evitare l’uso del tabacco.

Roccia nera / Breithorn in bianco e nero










Mount Elbrus - Эльбрус


Moro, Urubko & Richards il 26 dic. ripartono per il Pakistan. Obbiettivo: invernale del Nanga Parbat



aggiornamenti in seguito


e Gnaro raddoppia il Manaslu

Alba sul Manaslu (Photo Ben Tubby)


Updated - KATHMANDU, Nepal — Vetta! Silvio “Gnaro” Mondinelli, Juanito Oiarzabal e il resto della spedizione italiana hanno raggiunto la cima del Manaslu nelle scorse ore. Maggiori informazioni arriveranno sicuramente quando il gruppo rientrerà al base, per ora però possiamo dirvi che già questa mattina stavano smontando campo 2, in fretta per via del forte freddo. Se il sole brilla ancora sul cielo dell’ottomila himalayano, le temperature sono invece molto basse.

Secondo i piani gli alpinisti dovevano iniziare il tentativo di vetta sabato 1 ottobre. Ma forti venti di jet stream intorno alla cima li avevano costretti a rimandare ancora di un giorno, nonostante l’impazienza e la voglia di cominciare la scalata. Alla fine il giorno dopo hanno iniziato a salire.

Alla fine tutto è andato bene e il gruppo è arrivato in cima. L’ora esatta ve la diremo fra poco, quando Mondinelli e compagni arriveranno al campo base. Per Gnaro si tratta dell’ottomila numero 17, mentre per l’amico Oiarzabal del 26.

Al campo base nei giorni scorsi il meteo è sempre stato brutto, però già da ieri il tempo è volto al bello, con un cielo bellissimo e terso. In cima nei giorni precedenti erano già saliti altri alpinisti, e soprattutto gli Sherpa delle spedizioni commerciali che hanno attrezzato la via normale con le corde fisse, facendo un favore a tutti gli altri scalatori che sono passati e che passeranno dopo di loro.

“Voglio ringraziare la spedizione commerciale di Russell Brice – ci tiene infatti a sottolineare il Gnaro nazionale, sempre attento a ridimensionare finte imprese e a dare i meriti a chi spettano veramente -. I loro Sherpa hanno lavorato per tutti qui, ma il loro lavoro viene troppo spesso sottaciuto o dimenticato”.


Gnaro al campo 2 del Manaslu

Silvio Gnaro Mondinelli


KATHMANDU, Nepal – “Siamo a 6.700 metri di quota, campo 2, qui nevica. Sta andando tutto bene, domani torniamo giù. Comunque in questi giorni ci prepariamo per l’attacco di vetta, che speriamo di provare i primi giorni di ottobre”. Queste le parole di Silvio “Gnaro” Mondinelli, che ci ha aggiornato proprio pochi minuti fa direttamente dal Manaslu.

Il fortissimo alpinista di Alagna, con in curriculum 16 ottomila, si trova in questi giorni al Manaslu, con i suoi 8.163 metri di altezza l’ottava montagna più alta del mondo. Insieme a lui ci sono Alberto Magliano e altri amici italiani, e poi un veterano dell’Himalaya, Juanito Oiarzabal, compagno di scalate di lunga data come quelle con Al Filo de Lo Imposible.

“La settimana scorsa siamo già saliti a campo 1, che è a 5.600 metri. Poi siamo ridiscesi e siamo stati al campo base per un po’ di giorni, anche perché qui non fa altro che piovere quest’anno. Per fortuna la compagnia è buona e anche Juanito fa il bravo – scherza Mondinelli -. In questo momento siamo a 6.700 metri, campo 2. Sta nevicando. Questa notte dormiamo qui. Poi torneremo giù e tenteremo la cima la fine della settimana prossima, tempo permettendo ovviamente. Prima lasciamo salire su le spedizioni commerciali, come quella di Russell Brice”.

L’alpinista di Alagna Valsesia è partito dall’Italia insieme al suo gruppo il 3 settembre. Il Manaslu è stato il suo primo ottomila in carriera: l’ha salito sempre in autunno, 11 ottobre del 1993. Mentre quella volta era arrivato in vetta lungo la via Messner, questa volta tenterà la cima dalla via normale.

“Il trekking è stato molto bello, ho visto per la prima volta questa valle che è davvero meravigliosa. Ci sono però tanti bambini poveri da aiutare. E’ un posto davvero molto bello, sono felice di averlo potuto vedere”.


nuova via sulla Nameless Tower nelle Torri del Trango

No Fear su Nameless Tower (Photo Alexander Yurkin Mountain.ru)


ISLAMABAD, Pakistan — Un team di quattro alpinisti russi della Moscow Mountaineering and Climbing Federation ha aperto una nuova via sulle Torri del Trango, sul versante nord ovest della Nameless Tower, una parete a strapiombo e all’ombra. Si chiama “No Fear” ed è stata aperta a fine agosto da Viktor Volodin, Dmitriy Golovchenko, Sergey Nilov e Alexander Yurkin.

Nonostante le difficili condizioni della Nameless Tower la celebre cima di 6.239 metri nel gruppo del Karakorum, il team ha aperto la via sul versante nord ovest, uno dei meno esplorati del picco che si staglia di fronte alla Trango Monk. Su questa parete infatti, esisteva una sola via, “Insumisioa “, salita nel 1995 dal trio basco Antonio Aquerreta, Fermin Izco e Mikel Zabalza: un itinerario di grado VI 6a A3+.

I russi hanno impiegato 10 giorni per completare la linea, con tre campi in parete. Hanno utilizzato le corde fisse e per l’ultimo tratto fino alla cima sono saliti in stile capsula. Il tempo è stato dalla loro parte per i primi 5 giorni, poi gradualmente è peggiorato fino a portare la neve nel giorno della vetta. Hanno trovato una roccia abbastanza compatta con larghi tetti nelle sezioni basse e medie e hanno valutato la via, chiamata “No Fear”, grado 6b+, A3.


e Gnaro torna in Himalaya

Silvio "Gnaro" Mondinelli


ALAGNA VALSESIA, Vercelli — “Il Manaslu e il GI sono gli unici due ottomila su cui sono arrivato in cima da solo. Non essendoci nessuno con me ho potuto scattare solo delle foto del paesaggio, senza rientrare nell’inquadratura. Quest’anno invece voglio andare in vetta e farmi fotografare da qualcuno: così recupero una foto ricordo che mi manca!”. Queste le parole di Silvio Gnaro Mondinelli in partenza proprio oggi per l’Himalaya.

Degli ottomila Mondinelli non è ancora stanco e anche se ormai è a quota 16, ci sono ancora molte vie, molte vallate e molte emozioni ancora da scoprire. Se poi il fisico non perde colpi non c’è ragione per non partire e così il fortissimo alpinista di Alagna prende il volo proprio oggi per Kathmandu, diretto al Manaslu, la cima himalayana di 8.163 metri.

“L’altra volta ero salito dalla via Messner perciò questa è la prima volta che scalo la via normale – dice con entusiasmo il “Gnaro nazionale” -. Non sono mai stato neanche in quella valle, mi piace l’idea di affrontare un trekking nuovo. Negli ultimi mesi mi sono allenato e ora sono preparato, sono in forze, faccio ancora gli stessi tempi di 10 anni fa, ma parto sapendo che sugli 8000 mila non c’è mai da scherzare”.

Mondinelli sarà in compagnia di Alberto Magliano e altri amici italiani, e poi di un veterano dell’Himalaya compagno di scalate di lunga data, Juanito Oiarzabal.

“Sono contento di tornare con ragazzi che conosco e soprattutto con Juanito con cui ho condiviso in passato anche le avventure di Al Filo de Lo Imposible – conclude Mondinelli – . Spero che vada tutto bene e di poter salire in cima con loro, perché è bellissimo arrivare in vetta con un amico. Inoltre il Manaslu e il GI sono gli unici due ottomila su cui sono arrivato in cima da solo. Non essendoci nessuno con me ho potuto scattare solo delle foto del paesaggio, senza rientrare nell’inquadratura. Quest’anno invece voglio andare in vetta e farmi fotografare da qualcuno: così recupero una foto ricordo che mi manca!”.


da twitter: Sud del Bianco

Barmasse con i fratelli Pou, bivacco sul Bianco  (Photo courtesy Twitter.com-hervebarmasse)


VALTOURNENCHE, Aosta — Una via nuova sulla parete Sud del Monte Bianco, con bivacco a 4.780 metri e arrivo sulla vetta del Tetto d’Europa. La notizia non è ancora confermata ufficialmente, ma dalle pagine Twitter di Hervè Barmasse sembra che la via nuova sul Bianco, che l’alpinista valdostano aveva intenzione di aprire insieme ai fratelli baschi Iker ed Eneko Pou, sia stato realizzato proprio in questi giorni.

I messaggi lasciati da Barmasse in questi giorni sono due. Uno lunedì 1 agosto, con la foto allegata e la dicitura “Bivacco a 4.780 metri sul Monte Bianco dopo una nuova via aperta sulla parete Sud”. E l’altro il giorno successivo, ossia ieri, con una panoramica mozzafiato scattata dalla vetta del Bianco. “Un paradiso” è la definizione usata da Barmasse.

Foto e messaggi non sembrano dare adito a dubbi. L’ambizioso progetto “Exploring The Alps”, di aprire 3 vie nuove in stile alpino sulle 3 cime più alte delle Alpi, sembra proprio aver raggiunto l’apice del successo. Ma prima di esultare, è necessario ottenere ulteriori conferme. A questo punto, il fiato è sospeso in attesa di ulteriori notizie dagli alpinisti, che in queste ore dovrebbero essere sulla via del rientro a casa.

Exploring the Alps è il progetto promosso da The North Face e dalla regione autonoma Valle d’Aosta, con cui Barmasse vuole aprire 3 vie nuove sulle tre cime più alte delle Alpi: Monte Bianco, Monte Rosa e Cervino. Dopo la via aperta sul versante italiano del Cervino, in solitaria, lo scorso 8 aprile, pochi giorni fa Barmasse ha annunciato l’imminente tentativo sul Monte Bianco.


a giorni il tentativo di una via nuova sul Bianco per Hervè Barmasse

VALTOURNENCHE, Aosta -– E’ conto alla rovescia per l’impresa sul Monte Bianco pianificata da Hervè Barmasse. Non appena il meteo si metterà al bello, l’alpinista valdostano partirà alla volta del massiccio per aprire la seconda via nuova del progetto “Exploring the Alps”, che prevede l’apertura di tre nuove linee sulle tre cime più alte delle Alpi.
Ghiaccio? Misto? Roccia? Di che via si tratti, è ancora un mistero. I dettagli arriveranno solamente a progetto compiuto. L’unica cosa certa, per il momento, è che stavolta Barmasse non sarà solo. Con lui ci saranno i due celebri climber baschi Iker ed Eneko Pou, che si trovano già in Val d’Aosta da alcuni giorni.
In questo periodo, i tre alpinisti hanno fatto alcune salite di acclimatamento, tra cui il Breithorn, 4162 metri. Purtroppo il meteo avverso non ha ancora permesso loro di effettuare il tentativo sul Bianco, ma l’intenzione è quella di procedere non appena le condizioni lo consentiranno.
Exploring the Alps è il progetto promosso da The North Face e dalla regione autonoma Valle d’Aosta, con cui Barmasse vuole aprire 3 vie nuove sulle tre cime più alte delle Alpi: Monte Bianco, Monte Rosa e Cervino. Dopo la via aperta sul versante italiano del Cervino, in solitaria, lo scorso 8 aprile, ora è giunta l’ora del Tetto d’Europa.
In attesa di notizie sulla salita, vi regaliamo questo video sulla fase di preparazione, le emozioni e le aspettative dei tre atleti in partenza per il Bianco.