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David Lama Cerro Torre Trailer


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David Lama libera la Via del Compressore al Cerro Torre

EL CHALTEN, Argentina — Il climber austriaco David Lama ha compiuto la prima salita in libera della Via del Compressore, al Cerro Torre. La notizia, ancora da confermare e apparsa sul sito Supertopo.com, è senza dubbio di portata straordinaria, obiettivo tentato e agognato da molti, nonché dallo stesso Lama. Tuttavia si innesta su un altro fatto di grande importanza per l’alpinismo patagonico: circa una settimana fa infatti, lo statunitense Hayden Kennedy e il canadese Jason Kruk hanno salito la stessa parete “by fair means” e scendendo hanno rotto alcuni chiodi a pressione della famosa via aperta nel 1970 da Cesare Maestri.

Lama avrebbe salito la Via del Compressore ieri 22 gennaio. Al momento in rete circolano poche informazioni, ma se tutto fosse confermato si tratterebbe senza dubbio di un grande successo per il giovane 22enne austriaco, un risultato arrivato dopo due tentativi andati male: non solo perché falliti, ma perché “incriminati” (in particolare il primo), per via di una serie di nuovi spit lasciati in parete per permettere alla troupe Red Bull di girare un film.

Nelle prossime ore verranno pubblicati certamente racconti e foto dell’impresa, intanto però non si può non collegare questa notizia a quella di una settimana fa che ha visto come protagonisti lo statunitense Hayden Kennedy e il canadese Jason Kruk. I due alpinisti infatti, il 17 gennaio avevano salito la parete sud est del Cerro Torre “by fair means” e scendendo avevano rotto alcuni chiodi a pressione della famosa Via del Compressore. La via è già di per sé molto discussa, ma ora agli storici argomenti si sommano altri motivi, di più fresco ragionamento.

Secondo quanto riferiva l’alpinista Rolando Garibotti sul sito SuperTopo, Kennedy e Kruk il 17 gennaio avrebbero compiuto una salita veloce, impiegando 13 ore dal Col della Pazienza fino alla vetta. Per salire è probabile che abbiano utilizzato 4 spit della variante aperta da Salvaterra e Mabboni nel 1999 e 1 della variante di Chris Geisler e di Kruk dell’anno scorso, oltre ad alcune soste della stessa via di Maestri. In sostanza, passando da alcune varianti, sarebbero riusciti ad evitare i chiodi a pressione della via e pertanto si parlerebbe di una salita “by fair means”.

Infine scendendo avrebbero schiodato buona parte della Via del Compressore. Proprio su questa operazione si concentrano al momento molti dubbi da parte della comunità alpinistica, che si chiede se gli alpinisti di oggi abbiamo o meno il diritto di compiere operazioni del genere su celebri vie che hanno fatto la storia dell’alpinismo.


tre eccezionali salite sul Fitz Roy

Washington Route, Fitz Roy (Photo Michael Schaefer)

Washington Route, Fitz Roy (Photo Michael Schaefer)

EL CHALTEN, Patagonia – E’ tempo di grandi imprese in Patagonia. Gli americani Michael Schaefer e Kate Rutherford lo scorso febbraio hanno aperto “Washington route”, una via nuova sul versante sud del Fitz Roy. Nello stesso mese sulla montagna c’erano anche i belgi Nicolas Favresse e Sean Villanueva, che hanno salito in libera e a vista la parete Est, e gli statunitensi Whit Magro, Nate Opp, e Josh Wharton. Questi ultimi hanno invece compiuto il concatenamento di tre cime del massiccio, l’Aguja Desmochada, la Aguja de la Silla e il Cerro Fitz Roy, un itinerario che hanno chiamato “Wave effect”.

Tre team di climber, tre imprese diverse ma tutte notevoli e tutte sul Fitz Roy. Michael Schaefer e Kate Rutherford hanno salito una linea nuova sulla parete sud della montagna, con i 3.405 metri di altezza, la più alta della Patagonia. I due americani l’hanno battezzata “Washington route”, e l’hanno valutata di difficoltà VI, 5.10, A1.

Sono saliti in modo leggero, senza portare tenda e sacchi a pelo, il che li ha costretti a una progressione più lenta, dovendo perdere tempo ad asciugare i materiali. Hanno bivaccato alla base della via California, poi hanno salito una linea che sale a est di questa via, quindi hanno deviato verso destra. Sono arrivati in cima intorno alle 11 di sera, hanno bivaccato per qualche ora e con le prime luci dell’alba sono scesi in doppia dalla via Franco/Argentina.

Le vie sulla parete est del Fitz Roy (Photo www.pataclimb.com - Rolando Garibotti)

Le vie sulla parete est del Fitz Roy (PhotoWWW.PATACLIMB.COM - Rolando Garibotti)

I belgi Nico Favresse e Sean Villanueva si sono invece concentrati sulla parete est, che hanno salito in libera e a vista. Secondo quanto riferisce il sito PataClimb, hanno trovato la parte bassa della via “El Corazon” bagnata così hanno optato per il diedro iniziale della via del Pilastro est, per poi spostarsi successivamente su “El Corazon”, di cui hanno salito i due terzi finali del percorso. “El Corazon” in totale è lunga 1.250 metri ed è stata aperta nel 1992 dallo svizzero Kaspar Ochsner e dal ceco Michal Pitelka. Deve il suo nome alla caratteristica roccia a forma di cuore situata nella parte alta del percorso.

I due climber hanno iniziato la salita alle 7 del mattino e hanno finito alle 11 del mattino del giorno dopo: ci sono volute 28 ore per completarla, scalando praticamente tutta la notte, con l’unica eccezione di una breve sosta a otto tiri dalla vetta. Favresse e Villanueva sono scesi poi in corda doppia lungo la via “Royal Flush” sullo stesso versante.

Terza grande impresa sul Fitz Roy è quella degli statunitensi Whit Magro, Nate Opp e Josh Wharton che hanno compiuto il concatenamento delle cime dell’Aguja Desmochada, della Aguja de la Silla e del Cerro Fitz Roy. I tre alpinisti sono riusciti a realizzare un sogno del climber veterano della Patagonia, Bean Bowers, che al momento sta lottando contro il cancro e al quale i tre hanno dedicato l’impresa.

The-Wave-Effect (Photo www.pataclimb.com - Damian IIabres)

The-Wave-Effect (PhotoWWW.PATACLIMB.COM - Damian IIabres)

Magro, Opp e Wharton hanno chiamato l’itinerario “Wave effect”. Ci hanno messo 4 giorni per completarlo. Nel primo hanno scalato circa un terzo dell’Aguja Desmochada nel lato sudovest del massiccio del Fitz Roy, completando la salita il giorno seguente: hanno seguito la via “El Condor” collegandosi poi alla “Golden eagle” e chiamando la variante “Brass parrot variant” (7b+). Infine sono arrivati in vetta lungo “The sound of the fury”.

Dopo un bivacco, nella terza giornata hanno aperto una nuova via all’Aguja de la Silla, battezzata “The vertical current” (600 m, 6b), quindi si sono collegati alla “Via Californiana” (690 m, 6c) della parete Sud del Cerro Fitz Roy, scalata in cinque ore nel corso del quarto e ultimo giorno.

Josh Wharton è uno degli scalatori più attivi della stagione in Patagonia. Alcune settimane fa aveva aperto infatti la via “CoDa” (7a+, A0) insieme a Neil Kauffman, proprio sull’Aguja Desmochada. Inoltre aveva anche realizzato la prima scalata in libera della “Voie des Bénitiers” (400 m, 7b) sul Cerro El Mocho.

info: HTTP://PATACLIMB.COM/


"GLI SPETTACOLARI" Cerro Torre


Il Cerro Torre è una delle più spettacolari cime del Campo de Hielo Sur; è situato in una regione contesa fra Argentina e Cile, a ovest del Cerro Chaltén (o Fitz Roy).

La vetta del Cerro Torre è considerata fra le più inaccessibili del mondo perché, qualunque via si scelga, bisogna affrontare almeno 800 metri di parete granitica, per arrivare ad una cima perennemente ricoperta da un "fungo" di ghiaccio. Inoltre le condizione climatiche e meteorologiche della regione sono particolarmente sfavorevoli.


Negli anni cinquanta vi furono diversi tentativi di salita al Cerro Torre. In particolare, nel1958 due spedizioni italo-argentine tentarono la salita contemporaneamente ed in maniera indipendente tra di loro. Una era guidata da Cesare Maestri, l'altra da Walter Bonatti eCarlo Mauri. Entrambe dovettero rinunciare all'impresa per motivi logistici. Nel 1959, Bonatti e Mauri avevano preventivato un secondo tentativo, ma abbandonarono prima ancora di partire quando seppero che un'altra spedizione italiana, sempre guidata da Maestri, era partita prima di loro

La spedizione di Cesare Maestri comprendeva anche il ghiacciatore austriaco Toni Eggere Cesarino Fava. Maestri ed Egger partirono all'assalto della vetta, mentre Fava rimase al campo per supporto. Dopo una settimana Maestri fu ritrovato in stato confusionale, e raccontò a Cesarino Fava di aver raggiunto la vetta il 31 gennaio insieme ad Egger, che era poi caduto durante la discesa portando con sé la macchina fotografica e quindi le prove del successo.

La vicenda diede vita a numerose polemiche. Molte spedizioni tentarono di ripetere l'itinerario descritto da Maestri, ma senza riuscirvi; i resoconti riportavano da un lato notevoli discrepanze tra le descrizioni di Maestri e le caratteristiche effettivamente riscontrate sulle pareti, dall'altro la mancanza di tracce riscontrate del passaggio della prima spedizione.

Maestri tornò ad affrontare il Cerro Torre nel 1970 insieme ad Ezio Alimonta, Daniele Angeli, Claudio Baldessarri, Carlo Claus e Pietro Vidi. La cordata salì per una nuova via, lungo la parete Sud-Est, portando con sé un martello compressore, con il quale Maestri attrezzò circa 350 m di parete con chiodi ad espansione; Maestri giunse fino al termine della parete rocciosa, ma non salì il fungo di ghiaccio terminale della montagna; più tardi Maestri affermò che il fungo terminale "non fa veramente parte della montagna".Durante la discesa Maestri, in un gesto di sfida, spaccò i chiodi piantati e lasciò appeso il compressore all'ultimo chiodo, cento metri sotto la cima. La via del compressore (detta anche via Maestri o Compressor route) fu ripercorsa nel 1979 dall'americano Jim Bridwellche riscontrò che i chiodi lasciati dalla spedizione del 1970 s'interrompono a 30 metri dalla cima, appunto sotto il fungo terminale.

Nel 2005 Ermanno Salvaterra, uno dei maggiori conoscitori del Torre e il primo a scalarlo d'inverno (nel luglio 1985), fino ad allora sostenitore di Maestri, ripercorse la via del '59 insieme a Rolando Garibotti e riuscì a raggiungere la cima. Non trovò tracce di un precedente passaggio e scoprì che la via segue un tragitto diverso da quello che per anni aveva descritto Maestri.

La prima ascensione indiscussa del Cerro Torre è quella compiuta il 13 gennaio 1974 da una spedizione del gruppo dei Ragni di Lecco; in quell'occasione giunsero in vetta Daniele Chiappa, Mario Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri


Doerte Pietron, la donna che ha bissato Cerro Torre e Fitz Roy

Doerte Pietron (Photo R. Garibotti)

Doerte Pietron (Photo R. Garibotti)

EL CHALTEN, Patagonia — Doerte Pietron. Questo è il nome della prima donna al mondo che ha salito due volte il Cerro Torre, due anni fa dalla via dei Ragni e pochi giorni fa dalla via del Compressore di Cesare Maestri. Compagno di cordata della Pietron, in quest’ultima performance, è stato Rolando Garibotti: insieme i due hanno salito, nel giro di 5 giorni, sia il Torre che il Fitz Roy. Abbiamo intervistato per voi questo “astro nascente” dell’alpinismo patagonico.

Le salite femminili al Torre si contano sulle dita di una mano. “Prima della Pietron – racconta Garibotti – solo Rossana Manfrini, la slovena Inez Bozic, l’americana Kathy Cosley e ancora le slovene Monika Kambic e Tania Grmonsek (in cordata feminile) sono riuscite a salirlo”.

La giovane alpinista tedesca, 29 anni, guida alpina, ha compiuto l’impresa due volte. La prima, fra l’altro, ad un anno da una grave operazione ai polmoni che rischiava di stroncarle la carriera. Ma lei non si è fermata, e oggi vive la sua passione per l’alpinismo a livelli sempre più alti.

Tra le sue numerosise salite, che spaziano dalle Alpi alla Patagonia, figurano anche due vette al Fitz Roy, il colosso patagonico di 3.375 metri: una cosa che prima di lei aveva fatto soltanto un’altra donna, Milena Gomez. “Sul Fitz si contano molte salite femminili – dice ancora Garibotti – ma solo due cordate completamente di donne: quella di Monika Kambic e Tina di Batista per la via Franco Argentina, e quella di Doerte con l’argentina Milena Gomez per la via Afanasieff sulla parete nord, lo scorso febbraio. Milena aveva fatto la Supercanaleta nel 2009″.

Abbiamo di fronte un talento, insomma, di cui probabilmente sentiremo spesso parlare. L’abbiamo intervistata per voi.

Doerte, hai scalato due volte il Cerro Torre. Perchè? Cosa significa per te?
Prima di tutto perchè è davvero una montagna bellissima, la più bella che abbia mai visto. E il panorama dalla cima, è ancora più bello. Ma non è solo questo. Salire la Ovest nel 2008 è stato qualcosa di molto speciale per me, perchè l’avevo sognato per tanto tempo e perchè un anno prima avevo sofferto di un edema polmonare che mi aveva quasi ucciso, e mi ha tolto una parte dei polmoni. La diagnosi è stata: mai più in montagna. Ma solo un anno dopo ero in cima al Cerro Torre. Ecco perchè mi piace ritornarci.

Ci sono molte donne alpiniste in Patagonia?
No, non molte. Veramente non sono molte da nessuna parte. Ho scalato solo con due altre alpiniste ed entrambe erano argentine: sono molto brave, tanto quando gli uomini. Ma per loro scalare è molto meno importante di quanto lo sia per me. Loro scalano quando hanno un’occasione, ma non vogliono costruire la loro vita sull’alpinismo, come invece voglio fare io. Forse le donne, specialmente le più giovani che amano l’alpinismo, dovrebbero avere maggior supporto perchè c’è ancora un po’ di discriminazione verso le donne guida o le donne in montagna.

Come sei diventata alpinista?
Quando avevo 17 anni mia madre mi fatto provare lo scialpinismo, pensava che mi sarebbe piaciuto e aveva ragione. Lì ho incontrato delle persone che mi hanno portato a scalare, e ho iniziato a passare tutto il mio tempo libero a scalare vicino a Heidelberg, dove sono cresciuta, e ad andare in montagna. A 22 anni sono diventata membro del team dei giovani alpinisti del German Alpine Club (DAV Expeditionskader). Lì ho trovato supporto e dopo aver finito l’università – sono laureata in fisica – ho iniziato a fare il corso guide.

Dove preferisci scalare?
Il terreno dove mi diverto di più e dove scalerei ogni giorno è la roccia, le lunghe vie di roccia con molti tiri e preferibilmente con protezioni naturali, senza chiodi. Come le lunghe vie in Dolomiti, ad esempio le Nord delle Tre Cime, le Tofane di Rozes, Cima Scotoni, Torre Trieste, Marmolada, Roda di Vael, etc.
Ma se ho voglia di avventura, allora il mio terreno preferito è quello della Patagonia, con picchi spettacolari, poche strutture (non ci sono rifugi, funivie o automobili), vie lunghissime e arrampicata di ogni genere: roccia, ghiaccio, misto. Mi piace stare fuori per diversi giorni, bivaccare sulla montagna, vivere giorni davvero “pieni”.

Sono meglio le Alpi o la Patagonia?
Non direi più uno dell’altro. E’ difficile paragonarli, perchè i posti sono molto diversi. Come dicevo prima sulle Alpi ci sono infrastrutture, bel tempo, avvicinamenti corti, informazioni facilmente individuabili e si scala tanto… è più divertente forse.
In Patagonia è un’avventura tutte le volte speciale. Bisogna selezionare il materiale attentamente, perchè ogni scalata dura giorni e bisogna essere leggeri e veloci per non essere sorpresi dal brutto tempo. Se succede qualcosa sei da sola, non ci sono elicotteri che puoi chiamare o soccorritori che ti vengono ad aiutare. La maggior parte delle vie è poco ripetuta, poco attrezzata, e la discesa è sempre difficile e lunga. Insomma in Patagonia lo sforzo è molto più grande, ma lo è anche quello che provi arrivando in vetta.

Che differenza c’è tra scalare con un uomo o con una donna?
Non so, forse con un uomo mi sento in dovere di provare che sono capace quanto lui di scalare, quindi mi sento più sotto pressione. Ma dipende molto da chi è il compagno di cordata, e potrebbe accadere lo stesso anche con una donna. Ho scalato solo con due donne fino ad ora ed è andata molto bene: non c’era competizione, niente di simile. Ma non trovo una differenza in generale. A parte il fatto che se scali con altre donne è sempre una “grande notizia” qualsiasi cosa tu scali.

Le tue scalate future?
Spero che ce ne saranno molte! Ho molti progetti qui, ma sceglierò in base alle condizioni e non mi piace annunciarli in anticipo, perchè questo mi fa sentire sotto pressione.


via nuova in solitaria "Aconcagua sud"

Una solitaria memorabile per l'alpinista americano Chad Kellogg, che a dicembre ha aperto una via nuova sulla strapiombante parete sud dell'Aconcagua (6.962 metri). Kellogg è salito in stile alpino, facendo slalom tra crolli di ghiaccio e di roccia, completando la sua "The Medicine Buddha", lunga 2000 metri, in 42 stremanti ore di scalata.

Kellogg, 35 anni, è un ex-ranger del Mount Rainier National Park. Ha all'attivo prime ascensioni in stile alpino in Himalaya ed è celebre negli Usa per le sue salite veloci: vanta un record sul McKinley ed è stato il primo uomo a salire e scendere in meno di 5 ore il Mount Rainier.

A dicembre è partito per l'Aconcagua con un amico, per riprendersi da un infortunio al braccio capitato 9 mesi fa durante una discesa in freeride e per allenarsi in vista della spedizione all'Everest della prossima primavera. I due, intenzionati ad affrontare la temibile parete Sud, hanno prima salito la montagna dalla via normale. Poi, però, un problema polmonare ha costretto Rory a tornare a Mendoza per curarsi.

Chad, rimasto solo ai piedi della parete, ha esaminato la situazione, poi ha deciso di tentare la potenziale linea che aveva individuato sulla Sud. "Era alla mia portata - racconta l'alpinista - anche se molto pericolosa per i seracchi e i crolli di ghiaccio che da sotto vedevo cadere ogni ora".

Kellogg è partito da Plaza Francia (4.100 metri) il 22 dicembre alle 4 del mattino. La prima parte della salita, circa 1000 metri, era su ghiaccio con pendenze di 65-70 gradi. Poi, ha difficoltosamente superato un cruciale passaggio di roccia dove è stato sfiorato da una grossa valanga. Per superarlo, ha dovuto passare attraverso un "buco di serratura" preceduto da un delicato tratto di misto di 75 gradi.

"Essendo da solo, ero concentrato su ogni movimento - ha detto Kellogg -. Ogni mossa doveva essere la migliore. In alcuni punti avrei dovuto assicurarmi di più, ma non ne avevo il tempo perchè in meno di un'ora avrebbero scaricato di nuovo. E infatti, cinque minuti opo che ero uscito dalla sezione, un seracco è crollato nel buco della serratura".

Kellogg aveva progettato di riuscire ad andare in vetta in 24 ore, ma nella sezione superiore è stato rallentato da pessime condizioni del ghiacciaio, coperto da neve zuccherosa e instabile. Alle 11 di sera si è fermato vicino alla via Messner, ha bivaccato all'addiaccio con i piedi nello zaino e scaldandosi con due bottiglie d'acqua. Il giorno dopo, stanco, affamato e a corto di beveraggio, ha proseguito per un breve tratto sulla via Messner uscendo sulla variante Argentina a 6500 metri. Ha raggiunto la cima alle 10 di sera allo stremo delle forze.

Da lassù ha chiamato i guardiaparco dicendo che era diretto al Nido d'aquila, sulla via normale, dove è arrivato all'una e mezza di notte della vigilia di Natale.


e Gnaro intasca l'Aconcagua

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Torna dal Sud America con un nuovo successo, Silvio Mondinelli. L'alpinista bresciano ha salito i 6.962 metri dell'Aconcagua il 22 gennaio, insieme al gruppo di amici con i quali era partito soltanto dieci giorni prima. "E' un allenamento in vista della spedizione alla Nord del GI" aveva detto prima di partire. E se chi ben cominicia è a metà dell'opera, allora quello del Gnaro nazionale promette di essere un anno ricco di emozioni...

"Quasi vorrei dire che non è bello perchè non si prova paura!" scherza Mondinelli, abituato a ben altre altezze, quando gli chiediamo della spedizione appena conclusa che lo ha riportato per la seconda volta, dopo tredici anni, sulla vetta più alta del Sud America. E' salito in cima dopo soli dieci giorni dalla partenza, e sembra tornato da una passeggiata.

Poi, però, ritorna serio. "L'Aconcagua non è una montagna difficile - dice Mondinelli -, ed è un buon banco di prova per chi vuole iniziare ad andare in alta quota. Ma anche lei ha i suoi pericoli. Ho visto tante persone andare via in elicottero perchè soffrivano di congelamenti, traumi, e anche lì accadono tragedie. L'importante, non mi stancherò mai di ripeterlo, è avere rispetto per ogni montagna e umiltà nello scalare".

Le condizioni trovate in Argentina erano perfette. E la salita è andata liscia come l'olio. Con lui, sulla vetta, c'erano gli amici Enrico Dalla Rosa e Corrado Pesci, che sperano in futuro di arrivare a quota ottomila. Ma la montagna era molto affollata.

"Sono andati in cima molti italiani mentre ero laggiù - racconta Mondinelli -. C'era il gruppo di Plamen Shopski, guida bulgara che opera a S. Caterina Valfurva con la Planet Trek, e c'era un ragazzo di Alba. Noi siamo arrivati in cima con dei ragazzi di Genova. Al campo base, in totale, c'erano circa 300 o 400 persone. Sono stato felice di reincontrare tanti amici che avevo conosciuto anni fa, durante la mia prima spedizione all'Aconcagua".

Mondinelli, laggiù, ha anche icontrato i fratelli Benegas, che accompagnano all'Aconcagua l'ultrarunner Diane Van Deren, che vuole siglare il record di velocità nella traversata della montagna. Willie Benegas è stato sull'Aconcagua oltre 20 volte, di cui una in meno di ventiquattr'ore.



Gnaro in pensione e... già all'Aconcagua

"Sono andato in pensione tre giorni fa. E ora parto per l'Aconcagua: adesso che sono ufficialmente "vecchio" mi alleno per gradi: parto da un seimila per arrivare al top della forma sugli ottomila della Nord del Gasherbrum I". Volerà domani in Sudamerica Silvio "Gnaro" Mondinelli, che questo gennaio ritorna in campo per raggiungere la vetta della cima più alta delle due americhe: 6.962 metri.

Silvio "Gnaro" Mondinelli, 51 anni, guida alpina e una vita al servizio del soccorso alpino della Finanza ad Alagna Valsesia, ha appeso la divisa della Finanza al chiodo il 7 gennaio. Con qualche lacrimuccia, ma tanta voglia di tornare a scalare. "Devo confessare che un po' mi è dispiaciuto - racconta Mondinelli -. Dopo 33 anni, è stato un po' come lasciare una famiglia, più che un lavoro. Però insomma, di certo il cambiamento porta anche cose buone, e visto che ho la possibilità ne approfitto: avrò più tempo per molte cose".

Farà quindi l'alpinista professionista? "Se posso sì... - sorride Gnaro alla nuova prospettiva di lavoro -. Forse ancora per poco, perchè insomma la vecchiaia arriverà anche per me. Ma di sicuro coglierò l'occasione per andare nei posti dove magari non sono mai andato. E per tornare dove mi son trovato bene, come adesso all'Aconcagua".

Mondinelli era già stato all'Aconcagua nel 1997, in occasione del centenario della prima ascensione compiuta da Mattia Zurbriggen, guida alpina svizzera che operava a Macugnaga. Quell'anno "Gnaro" salì in vetta tre volte in quattro giorni. La prima, dopo soli due giorni dal raggiungimento del campo base: era il 13 gennaio.

Due giorni dopo salì in vetta di nuovo per girare il video della salita commemorativa. Dopo la seconda vetta, Mondinelli rientrò in tenda, ma uscì di nuovo poche ore dopo per tornare su e prestare soccorso ad un compagno bloccato poco sotto la cima: lo recuperò, con l'aiuto di un alpinista argentino, e lo portò in salvo.

Chissà se quest'anno avrà intenzione di ripetere la performance. "No, no - dice Mondinelli -. Stavolta vado con degli amici che vogliono provare a fare una spedizione e a salire in quota, per fare magari più avanti un ottomila. Andremo tranquilli, faremo fotografie, mangeremo bistecche e miglioreremo lo spagnolo. Ci guarderemo in giro e vivremo la salita con calma. Proveremo a mettere in pratica quello che si impara alla High Mountain University, la mia scuola d'alpinismo. E intanto io farò la preparazione per la spedizione alla Nord del GI".

Sull'Aconcagua, che si trova nell'emisfero australe, la stagione alpinistica è iniziata lo scorso novembre. Un inizio con alcuni bei successi, ma tormentato da una perturbazione che ha insistito per settimane sulla montagna e che purtroppo ha provocato la scomparsa di un alpinista americano.

Abbiamo chiesto a Mondinelli, 14 ottomila senza ossigeno incorniciati da innumerevoli spedizioni, scalate, soccorsi e cime sulle altre montagne del mondo, se l'Aconcagua è una montagna pericolosa. "Direi di no - spiega l'alpinista - ma come tutte le montagne va presa con le pinze. Non facciamo passare cose facili per difficili, però bisogna saper fare le cose con attenzione. Rispettare ogni montagna e affrontarla con calma". Una filosofia che l'alpinista bresciano ha di recente tradotto in un libro, il manuale "Alpinismo d'alta quota" che sta andando a ruba, in queste settimane, nelle librerie e alle sue serate. Ma ora, per il "Gnaro" nazionale, è tempo di tornare in campo.

"Sono contento di tornare in Argentina - conclude Mondinelli, che si imbarcherà domani per Buenos Aires - perchè laggiù ho un sacco di amici che non vedo da tempo. L'altro giorno ho scritto su Facebook che partivo per l'Aconcagua e tanti di loro si sono rifatti vivi, mi hanno invitato a trovarli a Buenos Aires e in altri posti. Anche gente che non ricordavo. Si vede che ho qualche "fans" anche là... mi fa sorridere... ma mi piace!".

Non resta che far partire l'ennesima avventura, insomma. La spedizione durerà una ventina di giorni, e salirà per la via normale.