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sopravvivere al K2: le confessioni di Wilco Van Rooijen

E’ il 2 agosto 2008, sul K2. Una serie di catastrofici crolli di ghiaccio uccide qualcosa come 12 alpinisti. E' allora che un puntino arancione viene individuato sulla montagna, fuori dal tracciato: si muove inesorabilmente in direzione del campo 3 della via Cesen. E' Wilco Van Rooijen. L'essere sopravvissuto lassù è stato a dir poco miracoloso. In uno straziante racconto da testimone oculare della tragedia, Van Rooijen descrive ora quei 3 giorni di “sequestro” nella zona della morte.

Wilco Van Rooijen si racconta in un libro, Surviving K2, pubblicato in olandese nel 2008 e ora disponibile anche in lingua inglese. E si racconta in questa intervista di Amanda Padoan, scrittrice americana autrice di "Buried in the sky", il libro-inchiesta sulla tragedia del K2 scritto dal punto di vista dei portatori e degli sherpa. Ecco la sua intervista, condotta per ExplorersWeb.

Wilco,è stato difficile scrivere questo libro?
Molto difficile. E’ dura scrivere un libro su 11 uomini morti, specialmente quando li conoscevi tutti. Abbiamo trascorso così tanto tempo insieme al campo base, aspettando che il meteo migliorasse. Il mio obiettivo era quello di spiegare come questo disastro è accaduto e come Gerard McDonnell, il mio caro amico e partner di arrampicata, è stato ucciso.
C’è voluto molto lavoro. Ho dovuto verificare tutte le informazioni, separare i fatti dalla finzione, e parlare con tutti gli altri sopravvissuti. Per la mia esperienza personale, ho usato i miei ricordi, le note scritte nel mio diario e i dati del mio Polar Outdoor Sportswatch. C’è stato un momento in cui ho passato il limite – ero allucinato e in stato di alterazione di coscienza - non sapevo distinguere il giorno dalla notte né tantomeno la mia posizione. Ma per fortuna, l’orologio ha registrato la quota ogni 15 minuti, così quando ho raggiunto il Campo Base, dopo 3 giorni nella zona della morte, ho scaricato l'intera serie di informazioni per capire cosa mi era successo.


Il libro comprende pagine del diario di tua moglie mentre aspettava notizie della vostra sopravvivenza - o della vostra morte. Come ti sei sentito la prima volta che l'ha letto?
Mi ha toccata nell’anima, e lo fa ancora. Non aveva notizie da 36 ore. Aspettava, giorno e notte, con il nostro bambino Teun, che aveva 7 mesi quando sono partito per il K2. Quando tornai a casa – o meglio quando ritornai dal regno dei morti, in un certo senso - ho letto la pagina in cui lei mi diceva addio. Mi ha fatto rabbrividire.

Tu descrivi il K2 come "l'altra donna" nel vostro matrimonio. Cosa c'è di così seducente in lei?
Sono stato innamorato di K2 da quando avevo 27 anni. Ma mia moglie capisce cosa sia K2 per me, capisce quando dico "Scalo perché voglio sentirmi vivo." Il K2 ha ancora una forte attrazione su di me. E’ una delle montagne più belle e magiche della terra.

Quante volte hai tentato K2?
Tre. Nel 1995, ho subito un grave infortunio, una roccia mi ha colpito sulla testa. Ho aspettato 11 anni e sono tornato nel 2006, salendo con Ger McDonnell, un compagno di cordata di cui mi potevo fidare al 200%. E nel 2008 abbiamo finalmente raggiunto la cima insieme. Sento ancora Ger che urla di gioia: "Siamo alla vetta del K2 !!!!!!" Che cosa è successo nella discesa è letteralmente incredibile. Tutte le corde erano lì ... e improvvisamente erano scomparse.

La vostra decisione di salire in vetta al K2 così tardi nel pomeriggio è stata contestata. Puoi giustificarla?
Abbiamo raggiunto la cima alle 6:39 del pomeriggio. Eravamo fiduciosi nella discesa al buio, perché avevamo fissato le corde pensato di seguirle fino al campo 4. Il problema è stato il crollo del seracco che ha spazzato via le nostre corde fisse. Sembrava impossibile, quasi illogico, che pezzi di ghiaccio crollassero alle 9 di sera quando la temperatura è in diminuzione. Normalmente, se i seracchi sono instabili i crolli avvengono durante la calura del giorno. Durante il periodo di acclimatazione avevamo studiato molto il seracco strapiombante, a distanza, con un teleobiettivo. Eravamo tutti convinti che i seracchi non erano meno stabili rispetto agli anni precedenti.

Avete discusso del tempo di salita, di un’ora limite alla quale tornare indietro?
Ne avevamo parlato, ma in quel momento abbiamo ritenuto sicura la nostra decisione di continuare. Sul K2 è diverso che sull’Everest, dove i leader della spedizione devono fornire ai loro clienti un tempo preciso al quale scendere prima che si esauriscano le bombole di ossigeno. Sul K2, la mia squadra stava salendo senza ossigeno.
Ma devo ammettere che la nostra velocità media di salita è stata troppo lenta perché la via era troppo affollata. La velocità è tutto per l'alpinismo d'alta quota. D'altra parte, cosa sarebbe successo se fossimo stati più veloci e fossimo scesi nel pomeriggio con il sole che picchiava sui seracchi? Non sarebbe stato considerato anche più rischioso questo? A mio parere, la soluzione migliore sarebbe stata quella di attendere l'oscurità in ogni caso, quando la temperatura scende, e fare la discesa nella relativa sicurezza del freddo notturno.


Le ultime ore di Ger McDonnell occupano una parte importante del tuo libro. Sulla base della tua ricerca, cosa gli è successo?
Nel mio libro, ho descritto, prove alla mano, il salvataggio che Gerard ha compiuto di almeno due uomini, che erano intrappolati nelle corde fisse. Marco Confortola ha contribuito al soccorso, ma poi ha dovuto scendere. Più tardi, Big Pasang Bhote, un portatore che assisteva i soccorsi, ha visto Gerard vivo che scendeva con i sopravvissuti. Big Pasang lo ha detto via radio a Pemba Gyaljie, che stava recuperando Marco in quel momento. Abbiamo le prove fotografiche che Ger ha continuato il soccorso. Il suo eroismo inizialmente è passato inosservato, anche perchè nessuno è sopravvissuto per raccontare la storia: Big Pasang, Ger e tutti gli altri sono rimasti uccisi da un nuovo crollo di ghiaccio in discesa.

Un altro sopravvissuto, Marco Confortola, non è d'accordo con questa versione sulle ultime ore di Gerard McDonnell. Perché c’è differenza tra il vostro racconto e il suo?
Marco non è assolutamente disonesto. E voglio sottolinearlo. Basandosi sulla sua memoria degli eventi, ha spiegato la sua verità. Come poteva, chiunque, essere lucido e analitico appena prima di perdere i sensi? Dopo la vetta del K2 salita senza ossigeno! Dopo un bivacco con me nella zona della morte! Dopo una discesa in libera dal collo di bottiglia con solo un bastoncino da sci! Naturalmente, Marco pensa di aver visto le cose chiaramente. Nessuno può sopravvivere la zona di morte per più di pochi giorni. Più a lungo ci resti, peggio è. Il giudizio diventa impossibile, è compromesso in partenza. Non si sa nemmeno dove si inizia ad avere le allucinazioni. Marco era incosciente. Per fortuna, Pemba ha potuto salvarlo con l'ossigeno e portarlo fuori dalla zona della valanga letale.

Come ti senti circa l'attenzione dei media dopo il K2?
E’ triste che i media abbiano scritto di alpinismo per la maggior parte del tempo, quando delle persone sono rimaste uccise. Io scalavo per sensibilizzare sulla pulizia e la conservazione dell’acqua con il mio sponsor, Norit. Noi cerchiamo di portare consapevolezza circa la sostenibilità di risorse preziose come l'acqua pulita. Poi è arrivata la tragedia, e nessuno ha chiesto nulla sul nostro messaggio. Tutto ciò che è stato detto in tutto il mondo dai media è stato puro sensazionalismo.

Chi sono gli eroi non celebrati?
Gerard McDonnell è un eroe. Ha combattuto per la vita dei tre stranieri. E Pemba Gyalje avuto il coraggio di salire, quando tutti gli altri andavano giù. Pemba, con Cas Van Gevel, ha intrapreso una missione impossibile e sono riusciti a salvare sia me che Marco.

Hai subito gravi congelamenti sul K2. Come è stato il tuo recupero?
Perdere tutte le dita dei piedi è orribile. Ho perso tutte le falangi su un piede. Scalare, arrampicare con il piede sinistro ora mi è molto difficile perché non riesco a fare pressione sul lato anteriore. L’arrampicata su ghiaccio è ancora più difficile. Voglio riprovare con il ghiaccio ma l'anno prossimo. Quando devi usare le punta frontali dei ramponi, è molto difficile, se non hai le falangi perchè non puoi più fare pressione. Nelle spedizioni, non penso di avere problemi grazie alla suola in carbonio mie scarpe. Se la pianta è completamente rigida e non devo piegare, non c'è nessun problema, si può controllare l'equilibrio anche senza l’alluce. La cosa più importante è di non guardare indietro, ma guardare al futuro. E non dare nulla per scontato, mai più.

Vuoi tornare sugli 8000?
Questo è sicuro. Quest'anno finirò le 7 summits. Ho scalato l'Everest senza ossigeno supplementare nel 2004. Ora mi mancano due montagne, la Carstensz Piramid e il Monte Vinson, per diventare il primo olandese a scalare le 7 summits “by fair means” senza ossigeno. Dopo il 2010, ho altre belle montagne impegnative sulla mia lista. Il Kanchenjunga mi sta guardando.


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